Arte moderna nel XXI secolo: ha ancora senso parlarne?
Parlare di arte moderna nel XXI secolo può sembrare, almeno dal punto di vista strettamente storico, una contraddizione. Nella terminologia della storia dell’arte, infatti, il concetto di “arte moderna” identifica generalmente un insieme di esperienze sviluppatesi tra la seconda metà dell’Ottocento e buona parte del Novecento, mentre con l’espressione “arte contemporanea” indichiamo la produzione più vicina al nostro presente.
Eppure, nel linguaggio comune, continuiamo a utilizzare la parola “moderno” per descrivere opere che ci sembrano innovative, sorprendenti o capaci di interpretare il proprio tempo. È proprio questa ambiguità a rendere ancora interessante la domanda: che cosa significa essere moderni nel XXI secolo?
La modernità artistica non è mai stata semplicemente una questione cronologica. Essere moderni ha significato, soprattutto, avere il coraggio di mettere in discussione ciò che una determinata epoca considerava normale. Quando gli impressionisti esposero le loro tele, molti osservatori le considerarono incomplete.
Quando Picasso e Braque scomposero la realtà attraverso il Cubismo, il pubblico si trovò davanti a immagini che sembravano negare secoli di prospettiva occidentale. Quando Marcel Duchamp presentò un oggetto comune come opera d’arte, non modificò soltanto il linguaggio artistico: costrinse il pubblico a interrogarsi sulla definizione stessa di arte.
Nel Novecento questa successione di rotture divenne sempre più rapida. Futurismo, Dadaismo, Surrealismo, Astrattismo, Espressionismo, Informale, Pop Art, Minimalismo e Arte Concettuale trasformarono continuamente i confini della produzione artistica. Il XXI secolo ha ereditato tutte queste rivoluzioni. Il problema dell’artista contemporaneo è quindi paradossale.
Da una parte dispone di una libertà praticamente sconosciuta agli artisti delle epoche precedenti. Può utilizzare pittura, fotografia, video, scultura, installazione, performance, suono, software, intelligenza artificiale, realtà virtuale e materiali industriali. Dall’altra parte, proprio questa libertà rende sempre più difficile produrre una vera rottura.
Che cosa può ancora scandalizzare un pubblico che ha già visto un orinatoio trasformato in opera d’arte, tele tagliate, corpi utilizzati nelle performance e oggetti quotidiani venduti per milioni? La modernità del XXI secolo potrebbe quindi non trovarsi più soltanto nella capacità di provocare. Potrebbe trovarsi nella capacità di attribuire nuovo significato a strumenti e immagini che ormai consideriamo normali.
Un esempio evidente riguarda la tecnologia. L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha riaperto questioni antichissime: chi è l’autore di un’opera? È più importante l’idea oppure l’esecuzione? Un’immagine può possedere valore artistico se è stata prodotta attraverso un algoritmo? Sono domande nuove soltanto in apparenza.
La storia dell’arte ha sempre discusso il rapporto fra concezione ed esecuzione. I grandi maestri del Rinascimento disponevano di botteghe nelle quali numerosi assistenti contribuivano materialmente alla realizzazione delle opere. Nel Novecento Andy Warhol trasformò volutamente il proprio studio in una “Factory”, mettendo in discussione l’immagine romantica dell’artista solitario.
La tecnologia cambia, ma alcune questioni rimangono. La pittura, in questo scenario, continua a occupare una posizione particolare. Periodicamente viene annunciata la sua morte. È successo con l’invenzione della fotografia, con il cinema, con la televisione, con il video e infine con il digitale.
Eppure la pittura continua a esistere. Forse perché possiede una qualità difficilmente sostituibile: è contemporaneamente immagine e oggetto. Un dipinto non coincide con la sua fotografia. La superficie, la materia, le dimensioni, la relazione con la luce e persino le imperfezioni producono un’esperienza differente da quella dello schermo. Questa caratteristica assume un significato ancora maggiore nel XXI secolo.
Viviamo infatti nella società con la maggiore produzione di immagini della storia. Ogni giorno fotografie, video, pubblicità e contenuti social attraversano i nostri dispositivi a una velocità impressionante. L’immagine digitale tende a essere consumata rapidamente. La pittura richiede invece tempo.
Un quadro può impiegare settimane o mesi per essere realizzato e può chiedere allo spettatore una forma di attenzione radicalmente diversa rispetto a quella normalmente dedicata a un contenuto digitale. In questo senso, un dipinto tradizionale può essere sorprendentemente moderno. Non perché rifiuti la tecnologia, ma perché offre un’esperienza opposta alla velocità dominante. Esiste inoltre una trasformazione geografica dell’arte. Per una parte significativa del Novecento il sistema internazionale era dominato da poche capitali: Parigi, New York, Londra e in parte Milano, Berlino e altre città europee. Oggi questa geografia è molto più complessa.
Dubai, Abu Dhabi, Doha, Seoul, Hong Kong, Shanghai, Singapore e numerose città africane e latinoamericane sono diventate protagoniste di un panorama culturale sempre più internazionale. Questa trasformazione modifica anche l’identità degli artisti. Un pittore può nascere in Italia, formarsi in Svizzera, vivere negli Emirati Arabi Uniti ed esporre negli Stati Uniti. Il linguaggio che ne deriva difficilmente può essere classificato attraverso una sola appartenenza nazionale. Il XXI secolo produce quindi artisti transnazionali.
Questa condizione rappresenta una straordinaria opportunità, ma comporta anche un rischio. La circolazione globale delle immagini può infatti generare uniformità. Visitando fiere d’arte in continenti diversi, capita di osservare opere sorprendentemente simili. Gli stessi colori, le stesse dimensioni, gli stessi riferimenti alla cultura pop e gli stessi linguaggi vengono riprodotti perché funzionano bene sui social network e incontrano facilmente il gusto del mercato internazionale. La globalizzazione dell’arte può quindi produrre contemporaneamente contaminazione e standardizzazione. È qui che ritorna il problema dello stile personale.
Nel XXI secolo essere moderni potrebbe significare proprio resistere all’omologazione. L’artista davvero interessante non è necessariamente quello che utilizza la tecnologia più recente. È colui che riesce a costruire una visione riconoscibile del mondo. Un quadro dipinto a olio può essere più contemporaneo di un’installazione digitale se affronta in maniera più profonda le contraddizioni della nostra epoca. Allo stesso modo, un’opera tecnologicamente avanzata può risultare concettualmente conservatrice. La tecnica non garantisce l’innovazione.
Esiste poi il rapporto con il mercato. Mai come oggi il valore economico delle opere è diventato parte della comunicazione artistica. Le aste internazionali, le classifiche dei prezzi e le fiere trasformano alcuni artisti in veri marchi globali. Il mercato è indispensabile all’ecosistema artistico. Permette agli artisti di vivere del proprio lavoro, alle gallerie di investire nella ricerca e ai collezionisti di sostenere la produzione.
Ma prezzo e valore storico non coincidono necessariamente. Un’opera può raggiungere quotazioni enormi e successivamente perdere rilevanza. Al contrario, numerosi artisti oggi considerati fondamentali hanno vissuto periodi nei quali il loro lavoro era scarsamente riconosciuto. Il tempo rimane quindi uno dei giudici più severi. Forse la caratteristica più interessante dell’arte nel XXI secolo è proprio l’impossibilità di prevedere ciò che sopravvivrà.
Viviamo immersi nel presente e tendiamo a confondere visibilità con importanza. La storia opera diversamente. Seleziona, elimina, riscopre. Fra cento anni, molti nomi oggi celebri potrebbero essere dimenticati. Altri artisti ancora marginali potrebbero invece essere considerati fondamentali. È accaduto in passato e probabilmente continuerà ad accadere. Che cosa significa allora arte moderna nel XXI secolo?
Significa forse continuare l’atteggiamento mentale che ha prodotto la modernità: osservare il presente senza accettarlo automaticamente. Significa utilizzare la tradizione senza diventarne prigionieri. Significa comprendere la tecnologia senza trasformarla in una religione. Significa dialogare con il mercato senza permettere che il mercato determini completamente il linguaggio. E soprattutto significa produrre opere capaci di porre domande.
La grande arte raramente offre risposte definitive. Costringe lo spettatore a vedere diversamente qualcosa che credeva di conoscere. In questo senso, la modernità non appartiene a un secolo. È un atteggiamento. Ed è proprio per questo che, anche nel XXI secolo, possiamo ancora parlare di artisti autenticamente moderni.

