Marco Lodola è uno di quegli artisti capaci di produrre una reazione immediata. Le sue figure luminose, le ballerine, le automobili, le Vespe e i personaggi dai colori intensi sono facilmente riconoscibili anche da chi non frequenta abitualmente musei e gallerie. Questa riconoscibilità rappresenta uno dei principali elementi del suo successo. Ma è anche il punto dal quale nasce una domanda critica: Lodola è un vero fenomeno artistico oppure una moda?

La domanda può sembrare provocatoria, ma permette di affrontare un problema centrale dell’arte contemporanea: il rapporto fra successo popolare e valore artistico. Per una parte della critica tradizionale, l’opera troppo facilmente accessibile genera sospetto. L’arte importante dovrebbe forse essere difficile? La popolarità riduce necessariamente la profondità? La storia suggerisce il contrario.

Numerosi artisti oggi considerati fondamentali hanno utilizzato immagini popolari. La Pop Art americana ha trasformato prodotti commerciali, fumetti e celebrità in materiale artistico. Andy Warhol non cercava di separare il museo dalla società dei consumi. Voleva mostrare che quella separazione era diventata impossibile. Lodola lavora all’interno di un contesto differente, ma eredita parte di questa sensibilità.

Il suo percorso si sviluppa negli anni Ottanta nell’ambiente del Nuovo Futurismo. Il nome stesso rivela un rapporto con una delle avanguardie storiche italiane. Il Futurismo aveva celebrato velocità, tecnologia, elettricità e modernità urbana. Lodola recupera parte di quell’immaginario adattandolo alla cultura pop contemporanea. La luce diventa centrale. Non è soltanto un mezzo per illuminare l’opera.

L’opera stessa emette luce. Materiali industriali e superfici trasparenti permettono di costruire figure che sembrano contemporaneamente sculture, insegne e immagini. Questo confine ambiguo è probabilmente uno degli aspetti più interessanti del suo lavoro. Lodola porta l’arte vicino alla pubblicità senza diventare necessariamente pubblicità. Oppure, secondo i suoi critici, proprio questa vicinanza rischia di cancellare la differenza.

Il problema merita di essere affrontato senza pregiudizi. Il rapporto fra arte e commercio non nasce certamente con Lodola. Michelangelo lavorava su commissione. Tiziano negoziava il valore delle proprie opere. Rubens dirigeva una bottega estremamente produttiva. Nel Novecento Warhol trasformò la produzione artistica in una vera e propria macchina culturale. Pretendere che l’artista sia completamente estraneo al mercato significa quindi costruire una visione romantica poco aderente alla storia. La questione non è se Lodola venda.

È cosa accade artisticamente quando vende. La forte riconoscibilità del suo linguaggio permette una grande diffusione. Una figura di Lodola può essere immediatamente identificata. Per un artista è un risultato importante. Ma esiste il rischio della ripetizione. Quando il pubblico desidera un determinato tipo di opera, l’artista può essere spinto a produrlo continuamente. Il linguaggio diventa marchio.

Questo fenomeno riguarda numerosi artisti contemporanei. Una volta individuata un’icona efficace, il mercato chiede variazioni della stessa icona. Dal punto di vista economico è comprensibile. Dal punto di vista critico può diventare problematico. La domanda diventa allora: quanto spazio rimane per la trasformazione? Un artista può naturalmente lavorare per decenni sullo stesso universo. Non è necessariamente un limite.

Giorgio Morandi ha costruito una parte fondamentale della propria opera attraverso pochissimi oggetti. Il problema non è la ripetizione. È la qualità delle variazioni. Nel caso di Lodola, luce, silhouette e cultura pop costituiscono un vocabolario. All’interno di quel vocabolario si possono realizzare opere più o meno riuscite. È quindi importante evitare giudizi assoluti. Dire “Lodola è commerciale” non rappresenta una vera analisi.

Bisognerebbe osservare singole opere, periodi e progetti. Alcune installazioni pubbliche acquistano un significato particolare proprio grazie alla relazione con lo spazio urbano. In altri casi l’oggetto luminoso può funzionare prevalentemente come elemento decorativo. Le due dimensioni possono convivere nella produzione dello stesso artista. Questo accade molto più frequentemente di quanto si ammetta.

Anche grandi maestri hanno prodotto opere di differente qualità. La storia tende successivamente a selezionare. Un altro punto interessante è la relazione di Lodola con la cultura italiana. Le Vespe, la musica, la moda e alcune figure appartengono a un immaginario immediatamente collegabile all’idea internazionale dell’Italia. Il rischio potrebbe essere lo stereotipo. Ma proprio lo stereotipo può diventare materiale artistico.

La Pop Art lavora spesso su immagini già conosciute. Non inventa necessariamente nuovi oggetti. Trasforma quelli esistenti. La domanda “fenomeno o moda?” richiede inoltre una riflessione sul tempo. Una moda è per definizione temporanea. Nasce, raggiunge un momento di grande visibilità e scompare. Lodola lavora invece da diversi decenni. Questo dato rende difficile definirlo semplicemente una moda.

Si può discutere il suo posizionamento nella storia dell’arte. Si può discutere la profondità di alcune opere. Si può discutere il rapporto molto stretto con comunicazione, design e mercato. Ma la durata della sua presenza culturale indica qualcosa di più complesso di un fenomeno passeggero. Probabilmente Lodola appartiene a una categoria di artisti per i quali il confine fra arte alta e cultura popolare non è particolarmente importante.

Ed è proprio questo a generare opinioni contrastanti. Chi considera essenziale la distanza fra arte e intrattenimento può percepire le sue opere come troppo facilmente accessibili. Chi vede invece nell’arte contemporanea un linguaggio capace di attraversare moda, musica e design può riconoscere nel suo lavoro una coerenza significativa. La domanda fondamentale potrebbe quindi essere riformulata.

Non: Lodola è arte o moda? Ma: perché continuiamo a considerare necessariamente opposte arte e moda? La moda stessa è un linguaggio culturale. Possiede storia, estetica, simboli e capacità di interpretare il proprio tempo. Naturalmente la velocità del mercato della moda è diversa da quella dell’arte. Ma i due sistemi comunicano continuamente. Lodola opera precisamente in questa zona di confine.

Ed è forse qui che si trova la sua identità. La luce delle sue opere richiama contemporaneamente il museo, la città, la discoteca e la pubblicità. La figura umana diventa silhouette. Il volto spesso scompare. Rimane il gesto. Rimane il movimento. Questa scelta può essere letta come semplificazione oppure come universalizzazione. Una figura senza volto può appartenere a chiunque. La ballerina non rappresenta necessariamente una persona. Rappresenta l’idea stessa della danza. È qui che la critica può andare oltre la superficie colorata.

La forza di un artista non dovrebbe essere misurata soltanto attraverso la complessità apparente. Una forma semplice può contenere un’intuizione culturale significativa. Lodola ha certamente compreso qualcosa della società contemporanea: desideriamo immagini immediate, luminose e riconoscibili. La sua arte non combatte questa condizione. La utilizza. Questo può essere considerato il suo limite oppure la sua intelligenza.

Probabilmente entrambe le interpretazioni possiedono una parte di verità. Il tempo stabilirà quali opere rimarranno realmente importanti. Ma dopo decenni di attività una conclusione sembra già possibile. Lodola non può essere liquidato semplicemente come una moda.

È un fenomeno artistico e culturale che ha saputo costruire un linguaggio riconoscibile all’incrocio fra arte, design, musica e comunicazione. Rimane legittimo chiedersi quanto questo linguaggio possa ancora evolvere. Ed è forse proprio questa la domanda più interessante sul suo futuro.