Ogni epoca tende a guardare il passato come se fosse popolato da giganti. Michelangelo, Leonardo, Raffaello, Caravaggio. Davanti a questi nomi può nascere spontaneamente una domanda: perché oggi non esistono più artisti di quella grandezza? Potranno nascere nuovi Michelangelo? La domanda è affascinante, ma contiene diversi problemi. Il primo riguarda il modo in cui osserviamo la storia.

Quando pensiamo al Rinascimento non ricordiamo migliaia di artisti mediocri o semplicemente dimenticati. Ricordiamo una selezione. Cinque secoli hanno eliminato gran parte della produzione dell’epoca e conservato ciò che generazioni di studiosi, collezionisti e istituzioni hanno considerato significativo. Il nostro presente non ha ancora subito questo processo. Vediamo contemporaneamente artisti eccezionali, mediocri e insignificanti.

La quantità produce confusione. Il tempo farà selezione. È quindi possibile che alcuni artisti viventi vengano considerati in futuro molto più importanti di quanto immaginiamo oggi. Esiste poi un secondo errore. Pensare che un nuovo Michelangelo dovrebbe necessariamente assomigliare a Michelangelo. Se comparisse oggi uno scultore capace di imitare perfettamente il David, probabilmente non sarebbe il nuovo Michelangelo.

Sarebbe un eccellente imitatore. Michelangelo è grande proprio perché non imitò semplicemente ciò che esisteva. Portò alcune possibilità artistiche a un livello eccezionale. Il nuovo genio dovrebbe fare lo stesso con i linguaggi del proprio tempo. Forse utilizzerà marmo. Forse utilizzerà software. Forse lavorerà contemporaneamente con architettura, robotica e pittura. La tecnica non è il punto.

Michelangelo era certamente un virtuoso straordinario. Ma il virtuosismo da solo non spiega la sua importanza. Esistono artigiani capaci di riprodurre perfettamente una scultura rinascimentale. Non per questo diventano Michelangelo. La grandezza nasce dall’unione di tecnica, visione e capacità di modificare il linguaggio. Questo aspetto è centrale. Un grande artista non realizza semplicemente opere belle.

Cambia ciò che gli altri considerano possibile. Dopo Michelangelo il corpo umano scolpito non poteva essere osservato nello stesso modo. Dopo Caravaggio la luce assumeva un significato diverso. Dopo Picasso la rappresentazione dello spazio veniva trasformata. Dopo Duchamp la definizione stessa di opera d’arte diventava problematica. La grandezza storica si misura quindi anche attraverso gli effetti sugli altri.

Un nuovo Michelangelo dovrebbe produrre una trasformazione simile. Il problema è che questa trasformazione potrebbe non essere immediatamente visibile. La nostra epoca produce una quantità enorme di immagini. Ogni giorno milioni di fotografie e video vengono pubblicati. Gli artisti competono con pubblicità, cinema, videogiochi e social network. L’attenzione è diventata una risorsa. Questo modifica radicalmente il sistema.

Michelangelo poteva lavorare per anni a un progetto monumentale. Oggi un artista può sentirsi costretto a mostrare continuamente il proprio lavoro. Il pubblico chiede novità. Le gallerie chiedono mostre. I social chiedono contenuti. Questa velocità può essere nemica della profondità. Un capolavoro richiede spesso tempo. La Cappella Sistina non è un post. Il David non è stato progettato per ricevere attenzione per una settimana.

Sono opere nate all’interno di una cultura della durata. Qui emerge forse la domanda più importante. La nostra società è ancora capace di commissionare opere destinate ai secoli? In parte sì. Esistono grandi progetti architettonici, museali e pubblici. Ma il sistema culturale contemporaneo è fortemente frammentato. Non esiste più un’autorità unica paragonabile alla Chiesa rinascimentale. Questo può essere considerato positivo.

L’artista possiede maggiore libertà. Ma significa anche che la committenza monumentale ha assunto forme differenti. Un altro punto riguarda la formazione. Michelangelo trascorse anni studiando anatomia, disegno e scultura. La conoscenza tecnica era fondamentale. Oggi alcune correnti artistiche hanno ridotto il ruolo della manualità. L’idea può essere sufficiente. Questo cambiamento nasce da oltre un secolo di storia concettuale. Non è necessariamente una perdita. Ma ha modificato il significato della parola artista.

Un autore può progettare un’opera senza realizzarla personalmente. Può affidare la produzione a tecnici. È un modello completamente differente dalla bottega rinascimentale, anche se paradossalmente possiede qualche somiglianza con essa. Anche i grandi maestri lavoravano con assistenti.

L’immagine romantica dell’artista completamente solitario è spesso falsa. Il nuovo Michelangelo potrebbe quindi dirigere un laboratorio composto da programmatori, ingegneri e artigiani. La capacità creativa risiederebbe nella visione complessiva. L’intelligenza artificiale rende la questione ancora più interessante. Se una macchina può produrre immagini tecnicamente sorprendenti in pochi secondi, che cosa diventa prezioso?

Forse precisamente ciò che non può essere automatizzato facilmente: una visione coerente del mondo. La tecnica perderà parte del proprio valore come dimostrazione. Quando chiunque può ottenere un’immagine complessa attraverso un comando, l’abilità di produrre quell’immagine non è più sufficiente. L’artista dovrà sapere perché produrla. Questo potrebbe trasformare profondamente l’arte.

Il nuovo Michelangelo potrebbe quindi emergere non nonostante la tecnologia, ma proprio grazie ad essa. La utilizzerà in maniera che oggi non sappiamo ancora immaginare. È ciò che fanno i grandi innovatori. Non utilizzano semplicemente meglio gli strumenti esistenti. Cambiano il modo in cui li comprendiamo. Esiste poi il problema del riconoscimento. Saremmo capaci di riconoscere oggi un genio?

Probabilmente non sempre. La storia dell’arte è piena di errori di valutazione. Van Gogh vendette pochissimo durante la propria vita. Gli impressionisti furono inizialmente derisi. Molte avanguardie furono considerate assurde. Il pubblico contemporaneo non possiede necessariamente una posizione privilegiata. Anzi, potrebbe essere troppo vicino. La fama attuale non garantisce quindi la permanenza.

Un artista seguito da milioni di persone potrebbe essere dimenticato. Un autore conosciuto soltanto da una piccola comunità potrebbe essere riscoperto. La storia non è democratica. Seleziona attraverso processi complessi. Critici, musei, collezionisti, studiosi e mercato contribuiscono, ma nessuno controlla completamente il risultato. Un altro elemento da considerare riguarda il concetto stesso di genio.

La cultura rinascimentale e quella romantica hanno costruito l’immagine dell’individuo eccezionale. Oggi siamo più consapevoli del ruolo delle reti, delle collaborazioni e del contesto. Michelangelo non sarebbe esistito nello stesso modo senza Firenze, Roma, i Medici, la Chiesa, le cave di Carrara e un sistema di artigiani. Il genio non nasce nel vuoto. Ha bisogno di infrastrutture.

Perché nasca un nuovo Michelangelo servono quindi almeno tre condizioni. La prima è talento. La seconda è formazione. La terza è opportunità. Un talento eccezionale privo di strumenti può non svilupparsi. Questo significa che la società possiede una responsabilità. Investire nell’educazione artistica non serve soltanto a produrre professionisti. Serve a permettere che possibilità imprevedibili emergano.

Musei, accademie e scuole sono laboratori di futuro. Anche il collezionismo possiede un ruolo. Acquistare un giovane artista significa permettergli di continuare a lavorare. Naturalmente non ogni investimento produrrà un maestro. Ma senza sostegno molti percorsi si interrompono. La storia dell’arte è anche storia di committenze.

Il rapporto fra artista e sostenitore rimane fondamentale. Potranno quindi nascere nuovi Michelangelo? La risposta è certamente sì, se con questa espressione intendiamo artisti capaci di trasformare profondamente la cultura. Non sappiamo però quale forma avranno. Potrebbero non dipingere. Potrebbero non scolpire. Potrebbero lavorare con linguaggi che oggi consideriamo marginali.

La vera grandezza artistica non consiste nel riprodurre il passato. Consiste nel rendere visibile qualcosa che prima non riuscivamo a vedere. Questo è ciò che Michelangelo ha fatto nella propria epoca. Il prossimo grande maestro dovrà fare qualcosa di analogo nella nostra. Forse è già nato.

Forse sta studiando in un’accademia. Forse lavora in uno studio lontano dai grandi centri. Forse utilizza tecnologie che il mondo dell’arte considera ancora poco importanti. Non possiamo saperlo. Ma una cosa appare probabile. Il nuovo Michelangelo non assomiglierà a Michelangelo. Ed è precisamente questo che lo renderà interessante.